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Infrastrutture: lo Stato deve imparare a regolare


9 febbraio 2020


di Marco Ponti


La vicenda delle autostrade, ma anche quella degli incidenti ferroviari di Lodi e Pioltello, pur non gravi, suggerisce una riflessione sul ruolo dei poteri pubblici nella gestione delle infrastrutture.

Lo Stato sembra poco efficiente sia come regolatore di concessionari, ma anche come gestore in prima persona (si pensi alla viabilità ordinaria e alla manutenzione del territorio).

Occorre un minimo sindacale di teoria per spiegare il problema: le infrastrutture sono “monopoli naturali” per i quali il libero mercato non può funzionare. Rimangono due alternative: o si affidano in concessione (soprattutto se sono a pedaggio, cioè se rendono soldi) o lo Stato le gestisce direttamente in proprio. Nel primo caso deve poi controllore che il concessionario sia efficiente e non derubi gli utenti o i contribuenti.

La gestione diretta tende storicamente a non funzionare, e questo per solidi motivi: lo Stato, cioè la sfera politica, tende a far prevalere gli obiettivi di consenso su quelli di efficienza. Le gestioni pubbliche tendono ad avere troppo personale, ad essere di manica larga con i fornitori, a non avere incentivi adeguati per produrre innovazioni tecniche ecc.. (Le pur lodevoli eccezioni confermano la regola).
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