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Benessere e crisi climatica: il paradosso della generazione Greta


11 ottobre 2020


di Francesco Ramella


Quali sono le condizioni del Mondo che abbiamo ricevuto in prestito dai nostri figli e nipoti?

Ad ascoltare le parole pronunciate da Greta Thunberg all’ONU il 23 settembre del 2019, sembra di capire che siano tra il pessimo e il disastroso.

“Voi avete rubato i miei sogni e la mia giovinezza. Io sono tra le persone più fortunate ma in molti stanno soffrendo e morendo. Interi ecosistemi stanno collassando e siamo all’inizio di un’estinzione di massa. E voi sapete parlare solo di soldi e raccontare storielle di una crescita economica senza fine. Non è accettabile che vi sia solo il 50% di probabilità – dimezzando le nostre emissioni in 10 anni – di non superare la soglia di incremento della temperatura di 1,5 °C”.

Sulla stessa lunghezza d’onda, in un intervento sul Corriere della Sera dello scorso 20 agosto, la virologa Ilaria Capua: “la pandemia mette soprattutto in discussione il nostro rapporto con la natura che già era stato messo in crisi dal cambiamento climatico, dagli incendi, dagli allagamenti e dagli tsunami, senza contare i disastri nucleari e la perdita della biodiversità… I nostri figli dovranno rimettere un po’ a posto la gestione del pianeta, altrimenti con le risorse proprio non ci stiamo dentro e con l’impatto dell’uomo abbiamo fatto anche peggio. Insomma, dovranno trovare delle soluzioni per arginare i danni che abbiamo fatto noi e i nostri predecessori, per esempio agli oceani, alla qualità dell’aria e alla madre terra che ci nutre.”

Abbiamo dunque fatto grossi guai? E il non superare la soglia di 1,5 °C è un imperativo categorico non ottemperato il quale sarà la catastrofe?

Ora, è fuori di dubbio che mai come nei due secoli alle nostre spalle, l’attività dell’uomo abbia avuto un impatto così grande sul nostro pianeta. Si è però trattato, per così dire, di una legittima difesa. Non c’era prima della rivoluzione industriale un equilibrio tra uomo e una natura benigna. C’era una natura spesso ostile all’uomo. La vita era piena di fatica e breve e la povertà la regola.

Riassumiamo. Nel 1850 la popolazione mondiale era pari a 1,2 miliardi di persone. La speranza di vita nel mondo era di trent’anni. Nove persone su dieci vivevano al di sotto della soglia della povertà assoluta, l’equivalente attuale di due dollari al giorno. Il reddito pro-capite medio intorno ai 1.200 dollari. Un bambino su cinque moriva prima dei cinque anni di età. Morivano di fame molti milioni di persone. Le armi per proteggerci dal caldo, dal freddo e dagli eventi estremi erano limitate e poco efficaci.

Oggi siamo più di 7,5 miliardi e viviamo in media 72,9 anni. Su dieci persone “solo” una vive sotto la soglia della povertà assoluta (erano ancora quattro su dieci solo quaranta anni fa) e il reddito medio è intorno ai 14.500 dollari: si è quindi moltiplicato per dodici da metà ‘800. In totale la ricchezza prodotta si è moltiplicata per settantacinque volte. Il numero di morti per fame è “solo” di cinque persone su un milione.

La temperatura media del Pianeta è aumentata di circa 1 °C molto probabilmente come conseguenza delle emissioni di gas serra. Sono aumentati gli episodi di temperature eccezionalmente elevate ma, al contrario di quanto sentiamo abitualmente ripetere, non vi è ad oggi una chiara evidenza di un aumento della frequenza degli eventi estremi (il che non implica che essa non vi sia stata con certezza ma che, se vi è stata, è di entità troppo piccola per distinguerla dalla variabilità naturale).

E, soprattutto, grazie alla maggior ricchezza e alle conoscenze scientifiche accumulate, siamo oggi in grado di difenderci dalle bizzarrie del clima – siano esse di origine naturale oppure antropica – come mai era accaduto prima.

Si perde ancora oggi la vita a causa di eventi estremi ma mai prima d’ora il rischio è stato così contenuto.

Il numero di vittime annuo che si attestava intorno alle 500.000 all’anno tra il 1920 e il 1940 è costantemente diminuito nei decenni successivi raggiungendo il minimino di 18.000 all’anno nella decade alle nostre spalle. Il progresso è ancor più significativo se si considera l’aumento della popolazione: il tasso di mortalità si è ridotto di circa 100 volte e tra il 2010 e il 2019 è risultato pari a 2,5 vittime per milione di persone, valore pari alla metà di quello registrato nel decennio precedente.

Negli ultimi trent’anni grazie alla maggiore disponibilità di combustibili fossili per la produzione di energia, è molto diminuito l’uso di quelli non fossili per il riscaldamento e la cottura dei cibi che determinava livelli di inquinamento indoor (verosimilmente gli stessi che si registravano nelle abitazioni italiane ed europee tre generazioni fa) circa venti volte superiori a quelle dell’atmosfera esterna. Come conseguenza la mortalità correlata a questo fattore è stata ridotta di due terzi. L’inquinamento outdoor ha continuato a diminuire in Europa e in America mentre è ancora in crescita – come lo fu nei Paesi occidentali nelle prime fasi di sviluppo – in molti Paesi di Asia e Africa. Dal 2010 la Cina fa segnare un lieve miglioramento.

Tutto ciò considerato, possiamo dire che nel complesso nessuna generazione precedente a quella cui appartiene Greta, è venuta al mondo in condizioni materiali e aspettative migliori.

Ma il futuro come si prospetta? Mai fare previsioni, soprattutto per il futuro ammoniva il Nobel per la chimica, Niels Bohr. E, come si legge nei prospetti di prodotti di investimento, i rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri.

Consideriamo dunque i due parametri che, pur non essendo esaustivi nel descrivere le condizioni di vita, sono senza dubbio i più significativi: la speranza di vita e il reddito pro-capite.

Un recente studio pubblicato su Lancet, prevede che dal 2017 al 2100 l’aspettativa di vita si allunghi di ulteriori otto anni (da 72,9 a 80,9).

Per quanto riguarda il reddito pro-capite, gli scenari utilizzati per stimare le emissioni future prevedono che nel mondo nel 2100 esso sarà almeno tre volte superiore a quello attuale. I nostri successori sul pianeta vivranno dunque più a lungo e saranno molto più ricchi di noi. Le loro condizioni di vita saranno peggiori non in termini assoluti ma rispetto a un ipotetico scenario senza aumento della temperatura.

Come hanno scritto su The Guardian  Richard Betts e Zeke Hausfather, due autorevoli studiosi del clima, il fatto che nel lungo periodo i costi netti dei cambiamenti climatici diverranno sempre più ampi  e, soprattutto, di difficile previsione è una ragione più che sufficiente per accelerare il processo di decarbonizzazione finora limitato quasi esclusivamente ai Paesi più ricchi senza necessità di descrivere il possibile superamento della soglia di 1,5 °C come un fatto apocalittico.

Accelerazione che non deve trascurare i costi, economici e umani di breve periodo della transizione.

Sembra invece siano in molti, forse ignari di quanto i fossili abbiamo contribuito al miglioramento delle condizioni di vita sul nostro pianeta, a volersi disfare nel più breve tempo possibile non solo dell’acqua sporca delle emissioni ma della disponibilità di energia continua e a basso costo. O, forse sarebbe meglio dire che considerano la riduzione delle emissioni non come obiettivo da conseguire pur dovendo sopportare costi non trascurabili ma come strumento per abbattere un sistema economico che ha reso possibile un miglioramento delle condizioni di vita sul pianeta senza precedenti.

A pensare male si potrebbe etichettarli come negazionisti economici e, soprattutto, umani che fanno il paio con quelli climatici.