Bridges Research

Leggi tutti i nostri articoli

Il clima del 2020 e le politiche di domani





7 gennaio 2021


di Francesco Ramella





  • Il 2020 è stato un anno tra i più caldi di sempre ma nella norma per quanto riguarda gli eventi estremi. Danni economici e vittime sono state al di sotto della media degli ultimi decenni.

  • A seguito delle misure adottate per contenere la diffusione del covid-19, le emissioni di CO2 hanno subito un calo senza precedenti ma il costo economico e umano pagato è stato altissimo.

  • Come il vaccino per il virus, solo la innovazione tecnologica può darci una soluzione davvero sostenibile al problema dei cambiamenti climatici


È stato un anno record, o quasi, per la temperatura della Terra. Come lo sono stati i precedenti e come, con ogni probabilità, lo saranno i futuri. La traiettoria per i prossimi decenni, al netto della variabilità naturale, è segnata e dipende dalla quantità di gas serra che abbiamo immesso nell’atmosfera nel secolo alle nostre spalle. Le politiche che attuiamo oggi faranno sentire i loro effetti in misura apprezzabile solo nel lungo termine.

Ma, al contrario di quanto potrebbe sembrare a uno sguardo superficiale, il 2020 è stato un anno che potremmo definire sonnacchioso sotto il profilo degli eventi estremi.

In base ai dati della National Oceanic and Atmospheric Administration (l’agenzia federale statunitense che si occupa di oceanografia, meteorologia e climatologia), nel mondo il numero di uragani più violenti (di categoria 3 o superiore) è risultato pari a venti ossia quattro in meno rispetto alla media degli ultimi quaranta anni e l’energia complessivamente accumulata è stata stimata pari al 75% di quella media.

Risulta positivo anche il dato relativo agli incendi delle superfici boschive. Se negli Stati Uniti le aree interessate sono state le più elevate da un secolo a questa parte, in Canada ed in Africa tropicale il fenomeno è stato molto più circoscritto del solito. Quello appena trascorso è dunque nel complesso tra gli anni meno attivi negli ultimi venti e in linea con la tendenza di riduzione delle zone interessate dal fenomeno in atto dagli anni ’30 del secolo scorso.

Veniamo ora ai costi economici. Swiss Re, uno dei principali gruppi mondiali di riassicurazione e assicurazione, ha pubblicato un preconsuntivo per l’anno appena trascorso dal quale si evince che i danni economici riconducibili a eventi naturali sono ammontati a 175 miliardi di dollari, intorno allo 0,2% del PIL mondiale e il 13% in meno della media del decennio precedente; la quota di perdite coperte da assicurazione è risultata del 43% a fronte di una media del 35% tra il 2010 e il 2019. E a quelli umani. Si è confermata anche nel 2020 la tendenza alla riduzione del numero di vittime di eventi meteorologici estremi, anch’essa in atto da svariati decenni. Hanno perso la vita a causa di siccità, temperature estreme, inondazioni, frane, tempeste e incendi ottomila persone; nello scorso decennio erano state in media diecimila e trentacinquemila per anno nell’ultimo mezzo secolo.

Il 2020 si è rivelato un anno eccezionale anche per quanto riguarda le emissioni di anidride carbonica. La riduzione delle attività economiche a scala planetaria imposta dai governi per contenere la diffusione della pandemia ha avuto come effetto indiretto una diminuzione della quantità di CO2 introdotta in atmosfera che non ha precedenti: -6,7% secondo la valutazione di Global Carbon Project.

L’esperimento forzatamente non condotto sembra però difficilmente riconducibile a un’utopica “decrescita felice”. Le ricadute umane della contrazione dell’attività economica saranno assai pesanti. Secondo una stima di Brookings Institution, il numero di persone in condizioni di povertà estrema che si era ridotto da 1,9 miliardi nel 1990 a 650 milioni nel 2018, invece di contrarsi ulteriormente quest’anno come preventivato prima del Covid-19, subirà un forte aumento: scenderanno verosimilmente sotto la soglia della povertà assoluta 120 milioni di persone.

Se rapportiamo l’impatto economico sopportato alla riduzione delle emissioni conseguita, scopriamo che il costo per tonnellata di anidride carbonica non emessa risulta essere intorno ai 1.750 dollari per tonnellata ossia un valore che è di un ordine di grandezza superiore alle stime più accreditate del danno che la stessa quantità di inquinante determina. Si tratta dunque di una cura che ha effetti collaterali molto maggiori dei benefici che permette di conseguire e che, dunque, un medico coscienzioso dovrebbe astenersi dal prescrivere.

Come per il covid-19 tutte le altre scorciatoie si sono rivelate impraticabili e una sostenibile via di uscita sembra essere alle viste solo grazie alla scoperta del vaccino così, per affrontare il cambiamento climatico, dovremmo puntare tutte le nostre risorse sull’innovazione tecnologica che ci consenta di ridurre ulteriormente il costo di produzione delle fonti energetiche prive di carbonio e, soprattutto, di trovare soluzioni al problema della loro intermittenza senza scartare apriori e, anzi, moltiplicando gli sforzi per sviluppare altre opzioni già a nostra disposizione come quella del nucleare che ha un problema opposto a quello delle rinnovabili (tendenza dei costi ad aumentare anche a causa di eccessi di regolamentazione a fronte di una elevatissima affidabilità), alla geotermia profonda  oltre alla “cattura” delle emissioni anch’essa già oggi tecnicamente fattibile ma, come accadeva per fotovoltaico ed eolico solo pochi anni fa, con impiego ancora del tutto trascurabile e costi elevati. E di accompagnare questo percorso con l’adozione di un meccanismo di carbon tax uniforme applicata a tutti i settori che consenta, da un lato, di tagliare nel breve periodo le emissioni laddove il costo è più basso e, dall’altro, di raccogliere le risorse necessarie per gli investimenti.

Altre strade non sembravano esservi se non quella di autoimporci un lockdown perenne ed accettarne le rovinose conseguenze che abbiamo sperimentato nell’anno trascorso.