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No, le ferrovie non salveranno il pianeta

Discussion Paper 2 - di Francesco Ramella


Nel lontano 2001 la Commissione Europea pubblicava il “Libro Bianco dei Trasporti”. Nella prefazione di quel documento di indirizzo della politica dei trasporti a scala continentale si legge che: “L’Europa deve assolutamente compiere una svolta nella politica comune dei trasporti. È giunto il momento di fissare per la politica comune dei trasporti nuove ambizioni: riequilibrare in chiave sostenibile la ripartizione modale”. Meno auto e aerei, più treni e metropolitane.

Sono trascorsi vent’anni da allora. In questo arco di tempo i Paesi della UE hanno trasferito alle imprese ferroviarie risorse ingentissime: più di mille miliardi tra investimenti e sussidi, una volta e mezza l’ammontare dell’attuale Recovery Plan. L’obiettivo prefissato è stato conseguito? No.

La quota modale della ferrovia è rimasta pressoché invariata e i due mezzi che hanno fatto registrare la maggior crescita sono quello stradale e quello aereo.

Nei decenni passati sono stati compiuti rilevanti progressi in termini di riduzione delle emissioni di inquinanti atmosferici e della incidentalità stradale. La congestione rimane un fenomeno molto circoscritto con costi pari a circa il 3% del surplus generato dalla mobilità su gomma. Si attestano ai valori massimi di sempre le emissioni di CO2. Ulteriori investimenti in linee ferroviarie non potranno, al contrario di quanto sostenuto dalla stessa UE, modificarne se non marginalmente l’entità anche in considerazione del fatto che la realizzazione di nuove infrastrutture comporta a sua volta la produzione di emissioni aggiuntive. Alla scarsa efficacia, declinante nel tempo in considerazione dell’attesa riduzione delle emissioni unitarie dei veicoli, si aggiunge l’inefficienza sociale del cambio modale sotto il profilo ambientale poiché, tranne eccezioni, gli utenti pagano in misura superiore ai costi che generano alla collettività.

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