24 gennaio 2026
di Tommaso Sinibaldi*
Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo, perché è difficile avere documentazioni solide su operazioni ambientali positive e rilevanti per l’Italia, in un contesto informativo che propende per visioni negative,e non solo in questo settore
Nel Grafico 1 sono riportate per l’Italia le emissioni di CO2 equivalente(1) dal 1970 al 2023.
L’andamento di questo grafico si presenterà per molti sorprendente: le emissioni di CO2 equivalente passano dal valore di 314,9 Milioni di tonnellate del 1970 ad un massimo di 493,5 Mt del 2005: poi inizia una rapida discesa fino al valore di 305,5 Mt nel 2023. Si ritorna cioè al valore del 1970: dal 2005 al 2023 le emissioni si riducono di quasi 200 Mt (188 per l’esattezza), cioè del 38%.
Come si spiega?
Dalla metà degli anni novanta l’Italia ha effettuato una imponente quanto silenziosa (troppo silenziosa) ristrutturazione del suo parco termoelettrico: si è passati in modo massiccio dagli impianti a vapore a condensazione a quelli a ciclo combinato.
Questa ristrutturazione ha comportato una imponente riduzione delle emissioni di CO2.
Dimensioni della ristrutturazione tra il 1995 ed il 2023
Al 31 dic.95 la potenza efficiente lorda degli impianti termoelettrici in Italia era di 48,1 GW (di cui ENEL 39,3GW). Di tali impianti 37,1GW erano a vapore a condensazione (di cui ENEL 35,3 GW) e 2,7 GW a ciclo combinato (tutti extra ENEL).
La situazione al 2023 è radicalmente cambiata : la potenza efficiente lorda degli impianti termoelettrici è cresciuta dai 48,1 GW del 1995 ai 62,3 GW del 2023 con un incremento del 29,5% (un incremento cioè modesto in 28 anni) ma la composizione del parco è radicalmente cambiata: gli impianti a ciclo combinato dal 5% circa del parco sono passati al 60-80% : quelli a vapore a condensazione dal 77,1 % al 10-12% circa (questo in termini di potenza istallata, ma in termini di produzione effettiva la riduzione è stata assai più pronunciata).Nel 2014 l’ENEL prendeva la decisione di chiudere 20 grandi centrali tutte a vapore a condensazione e quasi tutte alimentabili esclusivamente ad Olio Combustibile. L’Olio Combustibile, che era nel 1995 – ed era stato per oltre trent’anni – la principale e obbligata fonte di alimentazione degli impianti ENEL a vapore e a condensazione era pressoché scomparso. Questo per una ragione assai semplice ma assai robusta: un grande progresso nei processi di raffinazione (il cosiddetto “barile leggero”) rendeva possibile trasformare la frazione pesante (l’Olio Combustibile appunto, che rappresentava una frazione del 40% circa del raffinato), in prodotti più leggeri e di maggior valore.
Questi processi negli anni novanta si erano rapidamente diffusi: possiamo dire che a partire dai primi anni duemila l’O.C. andava scomparendo. Le grandi centrali ENEL costruite tra gli anni sessanta e gli anni novanta, con un investimento oggi valutabile in decine di miliardi di euro, sono tutte ferme o in dismissione. Erano state progettate quasi tutte con caldaie cosiddette “compatte” o ad “alta velocità dei fumi”, che potevano essere alimentate solo ad Olio Combustibile. Era una “soluzione” quasi esclusivamente italiana (ed ENEL): in tutti gli altri paesi del mondo le centrali a vapore a condensazione, che costituivano la grande maggioranza del parco termoelettrico, erano policombustibile: potevano cioè essere alimentate con combustibili solidi, liquidi e gassosi. Non a caso le centrali italiane erano spesso accanto a grandi raffinerie: esse cioè svolgevano la funzione (preziosa per l’industria petrolifera) di assorbire un prodotto di basso valore e di difficile collocamento, l’Olio Combustibile appunto. Un prodotto che dalla fine degli anni novanta andava scomparendo.
Effetti della ristrutturazione sulle emissioni di CO2
Quindi tra gli anni 1995 e 2023 la ristrutturazione del parco termoelettrico in Italia c’è stata ed è stata imponente: per quanto ne so in nessun altro paese europeo c’è stato un cambiamento di queste dimensioni. Nel presentarla in Parlamento nell’ottobre del 2014 il presidente dell’ENEL Francesco Starace, da poco nominato, la caratterizzava come una misura radicale sulla via della decarbonizzazione della economia. In realtà la motivazione e l’urgenza era piuttosto quella sopra accennata: il fatto che veniva a mancare l’Olio Combustibile con cui queste centrali dovevano essere alimentate.
Tuttavia gli effetti sulla riduzione delle emissioni ci sono stati e sono stati imponenti.
Il gas, con cui gli impianti a ciclo combinato sono alimentati, comporta rispetto all’Olio Combustibile – a parità di calore immesso – una riduzione delle emissioni di CO2 del 30% circa.
Il rendimento elettrico degli impianti a ciclo combinato è di almeno 10 punti superiore di quelli a condensazione: supera il 50% contro il 40% circa e questo naturalmente implica una corrispondente riduzione delle emissioni.
Inoltre gli impianti a ciclo combinato sono assai meno ingombranti ed hanno un fabbisogno assai minore di acqua di raffreddamento: possono quindi essere localizzati in aree più ristrette (per esempio aree di attività industriali dismesse o in ristrutturazione). Ciò rende più agevole la cogenerazione, ovvero l’utilizzazione del calore “di scarto” : di fatto parecchi dei nuovi impianti a ciclo combinato fanno cogenerazione.
Mi rendo conto che queste argomentazioni sono assai sintetiche ed a “spanna”: andranno quindi meglio dettagliate e quantificate . Credo tuttavia che siano sufficienti a ritenere che la imponente riduzione nelle emissioni di CO2 più sopra rilevata per l’Italia negli anni tra il 2005 ed il 2023 sia nella massima parte da attribuire al settore termoelettrico con il passaggio dagli impianti a condensazione a quelli a ciclo combinato.
Una considerazione conclusiva
Mi pare che i risultati ottenuti dall’Italia in termini di riduzione delle emissioni dei gas di serra non abbiano ottenuto la considerazione che meritano.
Osserviamo il Grafico 2, che riporta per gli stessi anni del Grafico 1, le emissioni della CO2 equivalente per il settore Trasporti (si tratta quindi di un “di cui” del Grafico 1) . Si faccia attenzione ai valori numerici: il valor massimo, in corrispondenza del 2007 è di 124,7 Mt, quasi esattamente un quarto del valor massimo delle emissioni totali, raggiunto nel 2005. Negli ultimi anni il valore si attesta intorno ai100 Mt, con una punta in basso nel 2022, anno di punta del Covid. Ora, come rilevato più sopra, tra il 2005 e il 2023 principalmente con la ristrutturazione del parco termoelettrico, si è ottenuta una riduzione delle emissioni di quasi 200 Mt, quasi il doppio delle emissioni totali del settore trasporti. In altri termini quasi il doppio di ciò che si sarebbe ottenuto con un passaggio totale all’auto elettrica, per il quale passaggio si sono prese misure drastiche (la messa al bando dei motori termici dal 2035, incentivi esorbitanti all’auto elettrica etc.) che hanno messo in ginocchio il settore automobilistico europeo.
Un altro rilevante esempio, ma meno documentabile con dati quantitativi, è relativo al riscaldamento ambientale: si è inventato e promosso il “cappotto”, le pompe di calore ed altre discutibili sevizie che hanno gravemente colpito il settore immobiliare.
La Unione Europea ha adottato con decisione l’obiettivo di “zero emissioni”. Con decisione si, ma forse non con intelligenza e conoscenza.
- Per CO2 equivalente si intende l’insieme dei gas di serra GHG (Green House Gas) così come definiti dal protocollo di Kyoto. La misura è standardizzata ai valori equivalenti di CO2 usando i fattori di potenziale di riscaldamento GWP (Global Warming Potential) definiti dal IPCC (5° Report Assessments).
GRAFICO 1

GRAFICO 2

* Nota biografica
Laureato in ingegneria all’Università di Napoli nel 1967.
Ho lavorato 4 anni in una società di studi economici (SOMEA) e su progetti di formazione in paesi in via di sviluppo (Comerint) , 18 anni alla Direzione Programmazione dell’ENI, poi in attività professionale libera.
Ho pubblicato numerosi articoli su materie bancarie ed energetiche.
