La gara per il Ponte
La Corte dei Conti ha osservato che la regola europea di rifare la gara se i costi previsti superano del 50% quelli di una gara precedente non sembra essere stata osservata.
Questo anche perché manca ancora il progetto esecutivo, che è l’unico che tecnicamente consente stime accurate dei costi (il “computo metrico”).
Peccato che abbia dovuto intervenire la Corte. Doveva bastare l’osservazione che “per il bene degli italiani” conveniva rifare la gara, sia per assicurare costi ridotti che tecnologie adeguate ad un’opera assolutamente eccezionale per dimensioni e problemi statici e costruttivi.
Sono passati infatti 15 anni non solo per i costi, ma anche per il progresso tecnico. Era assolutamente il caso di verificare lo “stato dell’arte”, visto che si tratta del ponte sospeso anche ferroviario più lungo mai costruito.
E le incertezze tecnologiche, soprattutto legate alla flessibilità dell’impalcato, ovviamente si riflettono su quelle economiche, cioè sui costi “a finire”.
Il “trade off” implicito tra la certezza che i soldi rimangano in Italia e i vantaggi di un confronto internazionale, vantaggi evidentissimi in questo caso, fa pensare che nella scelta abbia pesato soprattutto la “vicinanza” ad imprese con cui si vogliano mantenere buoni rapporti.
E Webuild, partecipata dallo Stato attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, è oggi impresa dominante in Italia, in un settore che per ragioni tecniche da sempre già è poco esposto alla concorrenza (non è “foot loose”, cioè deve acquistare inerti, cemento e macchine di movimento terra in loco).
C’è tuttavia un aspetto critico di cui la Corte dei Conti invece dovrebbe occuparsi, e non lo fa mai.
È la revisione critica delle analisi economiche (ACB), normativamente obbligatorie, che devono dimostrare che le opere generino benefici sociali maggiori dei costi.
Oggi queste analisi sono considerate dai decisori politici un fastidioso obbligo burocratico, tanto che vengono affidate esplicitamente ai destinatari dei fondi pubblici, in palese conflitto di interessi, ed infatti danno sempre risultati positivi, “a prescindere”, per la gioia di tutti gli attori in gioco.
A prescindere sia da vistosi errori metodologici e/o da assunzioni irrealmente ottimistiche sia sui costi che sui benefici.
Sarebbe davvero ora che la Corte si attrezzasse in questo campo, secondo le migliori prassi internazionali.
Altrimenti è meglio togliere l’obbligo di fare quelle analisi, e rimettere tutto al “principe benevolo” che deciderà comunque per il nostro bene. Non è forse stato eletto per questo?
