Sarà vera rivoluzione?

Nel 2026 per le ferrovie dello Stato dovrebbe cambiare quasi tutto.

Il nuovo materiale rotabile dovrebbe arrivare non più direttamente dallo Stato ma venir preso a noleggio, a condizioni di mercato, da una società pubblica. Ne abbiamo già parlato, non sembra una grande idea, ma comunque meglio che in passato quando era tutto in famiglia.

Ma questo è solo l’inizio: dovrebbero essere aperti alla concorrenza tutti i servizi passeggeri di lunga distanza non AV.

Oggi questi servizi sono sussidiati, e non è chiaro se lo rimarranno ancora o no. Sarà molto interessante verificare come, e se, cambieranno costi di produzione, qualità dei servizi e tariffe per gli utenti.

Invece per i servizi regionali, tutti assegnati senza gara, accadrà ben poco, perché i contratti in essere saranno mantenuti, e casualmente tutte le gare sono state vinte da Trenitalia.

Cosa in realtà però perfettamente logica: meglio un operatore che non può fallire, e a cui si è potuto chiedere molto, anche solo come costi finanziari per il materiale rotabile futuro (“golden credit”). È la conseguenza di avere imprese pubbliche che competono “alla pari” con imprese private, si tratta di una parità sostanzialmente solo formale.

E questa parità solo formale è destinata ad influire anche nei servizi a lunga distanza: non c’è che attendere gli esiti degli affidamenti tra imprese pubbliche e private.

Dulcis in fundo: gli investimenti pagati dallo Stato (cioè quasi tutti) non li decideranno più le ferrovie stesse. Non che questo sia stato mai messo per iscritto: formalmente era sempre il ministero a deciderli, ma insomma…

Li pianificherà, li valuterà (si suppone sia dal punto economico che finanziario), e infine li deciderà il Ministero, con l’aiuto dell’Autorità di regolazione del settore (ART).

Qui c’è davvero da sperare che i cambiamenti siano sostanziali, anche se bisogna essere cauti.

Dovranno per lo meno essere confrontate priorità, e occorre sperare che questo confronto avvenga in modo pubblico e trasparente, cioè restituendo finalmente agli strumenti tecnici di valutazione il ruolo che possono e devono avere.

Non quello di sostituirsi alla decisione politica, ma di minimizzarne l’arbitrarietà.