Il riequilibrio modale non è un fine ma un mezzo?
Come sosteneva qualche decennio fa Henry Kissinger: “quando un ragguardevole prestigio burocratico è stato investito in una politica è più facile vederla fallire che abbandonarla”. Sembra essere questo il caso della strategia di cambio modale che è da decenni il fulcro della politica dei trasporti nazionale ed europea.
Si leggeva su La Stampa del 15 dicembre 1993: “da anni, gli addetti ai lavori inseguono un obiettivo di fondo: il riequilibrio modale, lo spostamento di quote di traffico passeggeri e merci dalla strada alla rotaia. Un tentativo che continua a non dare risultati”.
Risultati che, dopo altri trent’anni, non sono arrivati né in Italia né in Europa.
Eurostat ha da poco reso noti i dati della domanda di trasporto aggiornati all’anno 2023: la quota di percorrenze soddisfatta da auto e aereo, i due mezzi “insostenibili”, è risultata pari all’83,8%, tre punti percentuali in più rispetto al 1995.
E non sono arrivati neppure in Svizzera, forse il Paese che dispone dei migliori treni e trasporti collettivi al mondo: l’auto resta il mezzo largamente dominante e anche nel segmento del traffico internazionale di merci, nonostante gli ingenti investimenti realizzati, la quota di domanda della ferrovia è calata del 30%.
Eppure, l’obiettivo di stakeholder e studiosi è rimasto lo stesso di trenta anni fa. Due soli esempi recenti, tra gli innumerevoli possibili.
In una pubblicazione dell’International Transport Forum si legge che: “il riequilibrio modale dall’auto ai trasporti pubblici deve essere al centro delle strategie di decarbonizzazione”.
E su Il Sole 24 Ore, Oliviero Baccelli, nell’auspicare una maggiore concorrenza per il settore, ha scritto che: “l’Alta velocità è uno strumento importante per ridurre le esternalità ambientali e sociali dei trasporti”.
È follia ripetere sempre la stessa cosa aspettandosi risultati differenti? Lo è, senza dubbio, per coloro che in questi decenni hanno pagato il conto delle politiche di riequilibrio modale. Ma è invece un approccio del tutto razionale da parte di chi le risorse le ha introitate e per chi ne ha beneficiato.
Il non raggiungimento dell’obiettivo è anzi garanzia che le stesse continueranno a giungere copiose in futuro.
