La Cina è vicina, per i trasporti
Il progresso tecnico nell’elettrificazione ha visto rilevanti avanzamenti sia nel comparto dei veicoli stradali che in quello dei pannelli solari. Entrambi i settori sono dominati dalla Cina, sia perché hanno goduto di rilevanti sussidi pubblici, sia per le imbattibili economie di scala di quel mercato.
In particolare, i progressi nei pannelli oggi in Italia consentirebbero di alimentare tutti i consumi domestici e quelli quotidiani di un’auto elettrica, in ogni casa unifamiliare, ma forse anche bifamiliare se ben esposta. L’impianto (con batteria di accumulo) sarebbe ammortizzato in 5 anni, ma questo solo grazie sussidi pubblici.
Senza sussidi, verosimilmente la convenienza si attenuerebbe, ma non sparirebbe.
Per il trasporto merci, i camion pesanti elettrici europei non sono ancora competitivi, ma per una differenza di costi totali non superiore al 20-30% rispetto a quelli endotermici. E parte della differenza deriva dai costi assicurativi, molto più alti a causa delle incertezze verso una tecnologia nuova.
Ora, ci stiamo giustamente lamentando dei dazi di Trump (anche sulle auto europee), ma non abbiamo esitato un istante a metterli sui veicoli elettrici cinesi.
Oggi variano da un minimo del 17 ad un massimo del 35%. Il 25% sembra una media accettabile.
Se i trasporti dal punto di vista ambientale sono un settore che Draghi ha definito “difficult to abate”, il quadro sta evidentemente migliorando.
Anche tenendo conto che la Commissione europea si è finalmente decisa ad avviare un programma di automobili elettriche a basso costo. Certo prevederà qualche sussidio e protezione doganale, ma potrà anche mettere in moto fenomeni competitivi rilevanti: se un produttore arriva primo sul mercato con un veicolo di successo, gli altri dovranno comunque spingere nella stessa direzione.
Non bisogna dimenticare il potenziale di riduzione dei costi di un veicolo elettrico, che ha solo un terzo di parti mobili rispetto ad uno endotermico.
Forse è auspicabile un maggior impegno politico nell’abbattere le emissioni dove sono in vista risultati molto maggiori che non nell’irraggiungibile “cambio modale”.
E forse anche un po’ meno protezionismo, se l’ambiente mantiene la priorità che si merita.
