
14 Novembre 2025
di Francesco Ramella
Ci sono due notizie dal fronte climatico, anzi tre. Una cattiva e due buone.
Prima quella cattiva: come già era evidente da un po’ di anni, non riusciremo a contenere l’aumento di temperatura media della Terra al di sotto degli 1,5 °C.
Uno studio pubblicato su Nature Climate Change nel 2023 stimava che il “carbon budget” ossia la quantità di combustibili fossili che potevano ancora essere utilizzati per avere il 50% delle probabilità di rimanere al di sotto degli 1,5 °C ammontasse all’epoca a 250 miliardi di tonnellate di CO2. Ipotizzando che la riduzione fosse iniziata allora, avremmo avuto dodici anni di tempo per azzerare le emissioni in tutto il mondo. Tra dieci anni, nel 2035 non avrebbe più dovuto esserci nessuna centrale a carbone e gas, il consumo di petrolio avrebbe dovuto essere azzerato e così via. Poiché le emissioni hanno continuato a crescere, nel caso in cui iniziasse oggi, la discesa dovrebbe essere ancor più precipitosa.

Trend storico delle emissioni di CO2 e di riduzione delle stesse per contenere l’aumento di temperatura entro gli 1,5 °C
Dopo aver a lungo sottaciuto l’evidenza, ora anche i più rigorosi difensori dell’ortodossia climatica come il segretario delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, riconosco che: «una cosa è chiara: non riusciremo a contenere l’aumento della temperatura globale sotto gli 1,5 °C, il superamento è ormai inevitabile”. Si potrebbe chiosare: inevitabile a meno di adottare politiche più che draconiane, una sorta di lockdown mondiale a tempo indeterminato, che avrebbero ovviamente conseguenze disastrose; nel 2020, dopo decenni di forte riduzione, aumentò per la prima volta la quota di persone che vivevano al di sotto della povertà assoluta.
Negli ultimi anni la tendenza è tornata a essere positiva e non è la sola. Se guardiamo a tutti i principali indicatori quantitativi del benessere delle persone, constatiamo come le condizioni di vita nel mondo non siano mai state nel complesso così buone.
Questo significa, ed è la prima ottima notizia, che il prossimo superamento della soglia di 1,5 °C non implica affatto che, come è stato spesso ripetuto, il mondo diverrà invivibile.
È vero il contrario: non è mai stato così vivibile (73,3 anni di vita media) e vissuto (8,2 miliardi di persone) come lo è oggi.
La seconda buona nuova riguarda il lontano futuro. Negli scorsi decenni sono stati presentati come verosimili scenari di incremento di temperatura fino a 5-6 °C. Si trattava, in realtà, di ipotesi “di scuola” che non hanno mai trovato riscontro nella realtà: perché si realizzassero, infatti, sarebbe stato necessario un aumento dell’uso del carbone di cinque o sei volte rispetto ad oggi, una quantità addirittura superiore ad alcune stime delle riserve recuperabili.
La meta verso cui ci stiamo avviando è quella di un aumento della temperatura a fine secolo intorno ai 2,5 °C. Un problema? Sì, ma, di certo, non la fine del mondo e, al contrario, con condizioni di vita migliori di quelle attuali.
Ma i trecartisti climatici non difettano certo in fantasia e quello che solo dieci anni fa veniva descritto come uno scampato pericolo, viene oggi presentato con gli stessi toni che in passato erano riservati a un futuro distopico. Fine Apocalisse, mai.
È un atteggiamento che rischia di minare, come ha scritto O’ Neill dell’IPCC, la fiducia nella scienza ma che probabilmente è considerato necessario per coagulare il consenso per drastiche politiche di riduzione delle emissioni come quelle confermate di recente dalla UE. Spaventare per far passare in secondo piano i costi di tali politiche che superano di gran lunga i benefici. D’altra parte, se la casa brucia non è il caso di andare tanto per il sottile. E, come ha sostenuto Enrico Letta su X, oltre a mettere fuori gioco l’industria automobilistica, si dovrebbero costruire centinaia di chilometri di nuove ferrovie ad alta velocità “whatever it takes”: 500 miliardi di nuove tasse che i contribuenti europei dovranno versare, dicono a Bruxelles, per salvare il pianeta e che invece saranno del tutto irrilevanti sia perché non c’è nessun pianeta da salvare sia perché, anche se lo fosse, si tratterebbe di una politica del tutto inefficace; sulle lunghe distanze gli europei continueranno in larghissima maggioranza a spostarsi in aereo. Una frazione di quei soldi avrebbe potuto essere utilmente impiegata per accelerare la decarbonizzazione del trasporto aereo che soddisfa e continuerà a soddisfare in futuro gran parte degli spostamenti a lungo raggio.
