18 maggio 2026

di Francesco Ramella

“È difficile fare previsioni, soprattutto per il futuro” ammoniva Nils Bohr, premio Nobel per la chimica nel 1922. Eppure, in molti casi non possiamo fare a meno di formularne pur consapevoli della fragilità delle nostre ipotesi soprattutto se queste hanno come oggetto il lontano futuro come nel caso del cambiamento climatico.

Per stimare in che modo le nostre emissioni modificheranno il clima naturale, già di per sé soggetto ad ampie fluttuazioni, occorre sapere come evolverà nel tempo la popolazione, quale sarà la crescita economica, come si modificherà il legame tra PIL e consumi energetici e, infine, come cambierà la tecnologia e, con essa, la quantità di CO2 emessa per unità di energia prodotta. A valle di questo processo la palla passa ai climatologici.

Nell’ultimo Rapporto dell’IPCC, l’organismo dell’ONU che si occupa di questo problema ambientale, venivano proposti sei diversi scenari socioeconomici associati a un livello di concentrazione in atmosfera dei gas serra e, quindi, a un dato aumento di temperatura. Il più estremo tra questi era quello denominato “SSP5-8.5” nel quale si ipotizzava che le emissioni triplicassero rispetto a inizio secolo portando a un riscaldamento di 4,4 °C.

Già parecchi anni orsono alcuni ricercatori americani avevano evidenziato la implausibilità di tale descrizione (“da usare con cautela” scriveva Banca d’Italia in un documento del 2021) del nostro futuro nella quale si ipotizzava un fortissimo incremento dell’uso del carbone, in quantità addirittura superiore alla sua disponibilità ma, ciò nonostante, esso è rimasto al centro sia dell’attività di ricerca scientifica sia della (dis)informazione sul tema.

Oggi, quella che era una posizione minoritaria, diventa “ufficiale”. Il gruppo di scienziati responsabile dello sviluppo degli scenari climatici per l’IPCC ha pubblicato un articolo scientifico nel quale si dichiara esplicitamente che quella ipotesi di futuro è da considerarsi non realizzabile.

In base al nuovo scenario più estremo si ipotizza che nel 2100 le emissioni di anidride carbonica saranno pari a 71 miliardi di tonnellate, poco più della metà di quelle del fu SSP5-8.5. E il riscaldamento sarebbe di 3 °C invece che 4,4 °C, quasi un grado e mezzo in meno ossia l’equivalente dell’aumento di temperatura medio della Terra da metà Ottocento a oggi.

Il “peggiore dei mondi possibili” è peraltro anch’esso poco realistico come riconosciuto dagli stessi autori che affermano trattarsi di uno “scenario derivante da una profonda deviazione politica, tecnologica e strutturale rispetto alle tendenze attuali”.

Come ha evidenziato Roger Pielke Jr., studioso americano ostracizzato dalla sua stessa Università e persino sottoposto ad indagine (finita nel nulla) da parte del Congresso statunitense perché sospettato di essere finanziato dalle compagnie fossili quando la sua unica responsabilità era quella di seguire scrupolosamente la scienza e di non abbandonarsi all’allarmismo, quella ipotesi di futuro sottintende una crescita della popolazione mondiale che raggiungerebbe i 14,5 miliardi nel 2100.

Le proiezioni dell’ONU, più volte riviste al ribasso nell’ultimo decennio, indicano un numero di abitanti sulla Terra a fine secolo pari a 10,2 miliardi con un picco raggiunto venti anni prima.

Tenendo conto di questo fattore la stima del riscaldamento verrebbe ulteriormente ridimensionata e si avvicinerebbe ai 2,5 °C, all’incirca uno più di oggi.

Sembrerebbe dunque il momento di abbassare i toni e di rappresentare il cambiamento climatico per quello che è: un problema reale che dipende dalle nostre emissioni ma non una catastrofe e che richiede politiche proporzionate che soppesino attentamente benefici e costi.

Sembrerebbe, ma molto probabilmente così non sarà. Da pochi giorni, per fare un solo esempio, è uscito un rapporto di Boston Consulting Group, leader mondiale nella consulenza strategica, che prefigura un futuro con eventi estremi che causano milioni di morti. Le serie storiche di cui disponiamo attestano in realtà una forte riduzione della mortalità negli ultimi decenni con un ordine di grandezza attuale di alcune decine di migliaia di vittime all’anno (di cui solo una parte minoritaria attribuibile al riscaldamento globale).

E molti altri, in questo caso la previsione non appare particolarmente impegnativa, proseguiranno sulla strada del catastrofismo senza se e senza ma.

Verrebbe quasi voglia di proporre una leggina che obblighi ad apporre in calce a ogni articolo scientifico o giornalistico dai toni apocalittici una nota nella quale si specifichi come il riferimento a persone che esisteranno o ai fatti che accadranno in futuro è puramente immaginario.