
6 febbraio 2026
di Marco Ponti
Gli italiani conoscono di certo i prezzi dei trasporti: li pagano ogni giorno.
Tuttavia sembra che conoscano molto meno i costi necessari a produrre i servizi di trasporto, che spesso sono molto diversi dai prezzi: sono costi anche pubblici, e più generalmente sociali.
Essendoci forti e motivati dubbi che il livello di informazione fosse in Italia inadeguato, BRT ets ha promosso una survey nazionale, effettuata da Eumetra (Mannheimer) a inizio di novembre 2025.
I risultati sono sommariamente riassunti qui di seguito.
Iniziamo dalla campionatura.
Gli intervistati sono egualmente suddivisi per sesso. Il 28% ha età compresa tra i 18 e i 34 anni, il 43% tra i 35 e i 54 anni e il 28% più di 55 anni. Per poco meno di un terzo svolgono una professione impiegatizia; il 18% sono operai, il 13% casalinghe, il 12% pensionati e il 10% studenti.

I quesiti posti al campione statistico sono stati cinque, tutti elementari ma tali da coprire i principali modi di trasporto terrestre ed i costi più significativi (auto, treno, trasporti locali, tariffe autostradali, e costi ambientali nelle città).
Le domande sono state formulate a risposta multipla predefinita, per aiutare i rispondenti ad orientarsi sugli ordini di grandezza in gioco.
Si sondava la conoscenza del livello di sussidio pubblico alle ferrovie e ai trasporti locali, la tassazione della benzina, la copertura dei costi autostradali, e infine l’andamento dell’inquinamento urbano.
I dubbi iniziali di chi ha promosso e finanziato la survey sembra siano stati ampiamente confermati per quattro quesiti su cinque.
Iniziamo dalle ferrovie: la maggioranza degli intervistati ignora che queste siano finanziate dallo Stato, e tra quelli che ne sono a conoscenza, solo un’esigua minoranza individua l’ordine di grandezza dei trasferimenti pubblici annui (dell’ordine dei 15 MD€ annui).
La parte dominante dell’opinione pubblica dunque ritiene che le ferrovie non siano sussidiate, o lo siano per importi molto inferiori alla realtà.
E questo risultato è perfettamente coerente con la sistematica (e formalmente corretta) pubblicazione sui media di bilanci che mostrano modesti profitti.

Risultati del tutto simili, e con simili motivazioni, emergono anche per i trasporti pubblici locali: pochissimi hanno un’idea realistica che i trasferimenti a questi servizi (includendovi gli investimenti) coprano in media circa il 70% dei costi del servizio.
Anche le aziende del TPL con rare eccezioni mostrano utili annuali.

Il quadro informativo è meno approssimativo per quanto concerne la tassazione dei carburanti:
oltre la metà è consapevole che i prezzi alla pompa sono per la maggior parte tasse, anche se solo un terzo ne conosce il reale ammontare (oltre il 60% dell’importo).

Venendo ora alle tariffe autostradali, il livello di conoscenza aumenta ulteriormente.
Oltre la metà degli intervistati sa il pedaggio paga una quota dei costi di costruzione e gestione dell’infrastruttura, anche se solo un terzo è a conoscenza del fatto che copre quasi interamente tali costi.
(La presenza di tratte autostradali gratuite, o che hanno goduto di finanziamenti parziali, rende un po’ imprecisa una valutazione media di tale copertura).

Ma il vero crollo informativo si raggiunge sull’andamento della qualità dell’aria nei grandi centri: ben il 74% la ritiene peggiorata, e solo il 3% sa che rispetto a trent’anni fa è molto migliorata (pur trattandosi di valori medi tra molti indicatori, quindi con qualche inevitabile imprecisione. In particolare, per “qualità dell’aria” alcuni degli intervistati possa anche aver erroneamente inteso la presenza di gas nocivi per il clima, ma che notoriamente non sono nocivi per la salute umana).
Tale dato è identico a quello che emerge da una recente indagine di Eurobarometro che attesta come il 74% degli italiani sia convinto che negli ultimi dieci anni la qualità dell’aria sia peggiorata, il 21% rimasta invariata e il 3% migliorata (il 2% non si esprime).

Che conclusioni provvisorie trarne? Innanzitutto, che l’informazione è in generale molto inadeguata, il che di par sé è un fatto che desta una qualche preoccupazione. Se per deliberare correttamente occorre prima conoscere possiamo dire che la condizione necessaria per prendere buone decisioni non è verificata.
In secondo luogo che ovviamente i soggetti che godono di ampi trasferimenti pubblici non sono motivati, legittimamente, a renderli noti.
Ed in effetti, trattandosi di imprese, non è loro dovere farlo.
Ma lo dovrebbe certo essere per i decisori pubblici che erogano quei trasferimenti, in un contesto economico di rilevante scarsità di risorse pubbliche, come quello italiano.
Contesti anglosassoni danno l’impressione di una trasparenza molto maggiore, e anche di un dibattito politico sui trasferimenti pubblici più vivace e informato di quello italiano.
Certo questo fenomeno è anche connesso a realtà in cui i trasferimenti pubblici sono mediamente meno frequenti o meno rilevanti.
La sottostima delle tasse sui carburanti si spiega con lo scarso interesse dei decisori pubblici ad evidenziare il peso reale di una tassa molto impopolare, che per il trasporto merci pesa anche sul paniere dei beni alimentari, su cui i costi di trasporto incidono molto.
E il costo di questi beni incide più che proporzionalmente sui redditi più modesti, dei quali costituiscono una quota rilevante, a conferma del carattere regressivo, già accertato dall’ISTAT, di questa tassa.
La consapevolezza, maggiore delle attese, degli utenti sul ruolo delle tariffe autostradali nel coprire i costi del sistema, è probabilmente dovuto alla copertura mediatica e politica degli aumenti annuali, e anche ad una qualche componente ideologica sulla particolare iniquità di elevati profitti di soggetti privati non esposti ad una reale concorrenza.
Tuttavia, il tema del possibile ammortamento degli investimenti già avvenuto (come nel caso di una concessione spagnola) non risulta mai sollevato dai media, né essere oggetto di dibattito politico.
Infine, è evidente la causa dell’ignoranza (verificata anche fuori d’Italia) dei miglioramenti avuti nella qualità dell’aria delle maggiori città. Le persone non possono avere consapevolezza diretta dell’evoluzione dell’inquinamento; “sanno” quello che raccontano loro i mezzi di informazione che, incessantemente, ripetono che “le nostre città sono sempre più inquinate” (si sa, d’altra parte che “le buone notizie non sono notizie”). Tale approccio sembra in qualche misura riconducibile al fatto che, pur in presenza di un forte miglioramento, non tutti gli standard in vigore (e che sono stati ripetutamente rivisti al ribasso) sono rispettati ed è funzionale all’imposizione di misure di restrizione della circolazione per determinate categorie di veicoli.
La condizione di peggioramento è reale per quanto riguarda il cambiamento climatico – le emissioni non sono mai state così elevate come oggi – ma anche con riferimento a questo tema vi è evidenza che la conoscenza delle persone sia difforme da quanto emerge dai dati scientifici di settore.
Articolo pubblicato anche sul n° 510 di Mobility Magazine
